La stazione di Arcore al tempo della corrente trifase

La cartolina  oggi descritta, o meglio quello che resta della stessa, raffigura la stazione di Arcore, durante il periodo in cui la linea ferroviaria Monza-Calolziocorte  risultava elettrificata con la corrente “trifase”. Questo sistema di alimentazione  fu attivo ad Arcore a partire dal 1914 e rimase in uso  fino al 21 marzo del 1951, quando l’elettrificazione fu aggiornata al sistema a corrente continua ancora oggi utilizzata. Il precedente sistema aveva fatto il suo tempo e la limitazioni tecniche, per costruire locomotori più veloci, mandarono in pensione la “trifase”. Ricordiamo che questo tipo di alimentazione elettrica, aveva avuto il suo sviluppo a seguito della sperimentazione e successiva entrata in esercizio, della linea Lecco–Sondrio già in atto dal 1902.
Il tipo di alimentazione elettrica  trifase si caratterizzava per un voltaggio di 3600 Volt e una frequenza di 16,7 periodi. Ricordiamo che per parecchi anni questo fu il sistema italiano di elettrificazione in uso.

Il piazzale della stazione, anni Ottanta. La convivenza tra la nuova costruzione e lo storico edificio la cui edificazione risaliva al 1873

Per una descrizione dettagliata della stazione di Arcore e delle sue vicende storiche a partire dal 27 dicembre 1873, giorno dell’inaugurazione della linea, vi invito a fare visita al post sul sito : https://www.scoprilabrianzatuttoattaccato.it/

Nell’articolo citato è riprodotta la stessa cartolina, nella sua interezza, che riproponiamo per una fruizione migliore, dell’esemplare alquanto malconcio oggetto di questo articolo. Il treno sta entrando in stazione proveniente da Carnate, un  numero limitato di passeggeri è in attesa di salire sul treno. Il capostazione presidia le operazioni. Un poco più avanti, l’addetto al carico dei pacchi si rivolge verso l’obbiettivo, di chi sta scattando la foto, disinteressandosi al momento dal treno in arrivo, trainato da una locomotiva E330.

Una doverosa lettura, a questo punto del lato “b” della cartolina. La seconda Guerra Mondiale è finita da qualche mese, sembrerebbe il novembre del 1945. Il mittente, possiamo pensare sia un ferroviere in servizio a Calolziocorte, quel giorno informa il padre di essere in trasferta ad Arcore, che sta bene e che è in attesa che il padre militare venga rimpatriato, come si intuisce dalla cartolina indirizzata al Comando Base Italiana a Ragusa in Jugoslavia.

Dai diversi timbri che riempiono il dorso della cartolina, è difficile dire se il soldato Camillo, abbia mai ricevuto questa missiva. Una data del 15 gennaio del 1946, sul timbro che sembra un “visto della censura”. Ancora un altro timbro senza data che indica “posta civile” anche se una ulteriore scritta risulta troncata e nella parte finale  si intuisce “militare”, non risolvono il dubbio. Infine una scritta rossa che non siamo riusciti a decifrare, non sappiamo se inerente alla consegna della missiva, potrebbe aggiungere particolari sulla travagliata spedizione.

Concludiamo con le indicazioni dell’editore e dello stampatore della cartolina.

L’edizione riservata è appannaggio di Sala Francesco, (A) che anche qui non manca di aggiungere quel “Maera” che identifica la sua principale professione di magliaio. L’esemplare anche se spedito alla fine del 1945, con più probabilità era stato stampato negli anni Trenta e rimaneva ancora a disposizione alla fine della guerra, per l’acquisto del ferroviere. La seconda informazione identifica l’editore che di fatto ha prodotto la cartolina Nino Marangoni di Milano (B) a cui  dobbiamo aggiungere attraverso il monogramma  “SRM” (C) che sta ad indicare la tipografia Segale e Radaelli sempre di Milano dove con probabilità la cartolina fu stampata, terminiamo con il numero di cliché (D) 15852.


Per un salto a ritroso a quegli anni, riproponiamo un ricorda personale dell’amico Tonino Sala, brano contenuto all’interno del volume “Cameriere, di che scrivere”. Cartoline da Arcore”, che ricorda le sue peripezie negli anni conclusivi della guerra per frequentare la scuola a Monza
Viaggiatori in tempo di guerra: dentro e fuori
Nel ’43-’44, con mio fratello gemello, frequentavo a Monza il primo anno di “avviamento commerciale” e quotidianamente la giornata iniziava con l’assalto al treno. E’ difficilmente immaginabile cosa significhi il cercare un posto su vagoni bestiame sovraccarichi, respingenti e tetto compresi, con persone appese a grappoli anche agli appigli laterali. Costretti a volte a cedere quanto faticosamente conquistato a repubblichini e tedeschi che non esitavano a spianare il mitra per farsi fare posto. A volte, grazie alla stazza da sottosviluppato riuscivo ad insinuarmi, mezzo sdraiato, tra le gambe dei passeggeri in piedi, a volte andavo ad arricchire il numero degli appesi ed altre a conquistare lo spazio su un respingente o una predella.
Il ritorno era sempre un problema essendo il numero dei treni limitatissimo e poteva anche capitare che saltasse addirittura il servizio. Il rientro “along the railway” contando le traversine sull’imitazione dei “tramps” americani dispersi sul territorio dalla grande crisi economica del ‘29, era relativamente frequente pedibus calcantibus. Qualche volta si associava alla marcia il Luigino Fumagalli, al tempo studente di veterinaria, che tornando dall’università si trovava bloccato a Monza senza mezzi per raggiungere il paese. Capitava che la camminata potesse essere accorciata grazie all’utilizzo della littorina della Monza-Molteno che ci scaricava a Villasanta.
Le difficoltà continuarono anche dopo la “Liberazione”, poi, molto tempo dopo, lentamente, ripresero a circolare le normali vetture passeggeri.
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Novità

Su questa pagina verranno pubblicate le nuove cartoline, che nel tempo andranno ad arricchire la collezione proposta sul volume cartaceo.

L’intenzione è quella di offrire un aggiornamento, aggiungendo contenuti, curiosità e notizie, via via che si renderanno disponibili nel solco indicato nel libro per consentire nel tempo di ampliare la mia proposta, nella speranza di poter più avanti, pubblicare un seguito a quel “Cameriere, di che scrivere. Cartoline da Arcore”, che tanto ci sta a cuore.

Panorama dal terrazzino di Casa Arienti

La cartolina che di seguito proponiamo, è datata 30 dicembre 1937, realizzata dalla tipografia Nino Marangoni di Milano risulta essere una “edizione riservata” per il rivenditore arcorese Francesco Sala, conosciuto per la sua professione come “Maera” (magliaio). Il mittente è Clara Squindo, moglie di Attilio Gariboldi fattore del conte Senatore Alessandro Casati, che manda gli auguri di buon anno a Emma, probabilmente una parente, che si trova in Svizzera. Il cognome Squindo, è originario della Val d’Aosta, in particolare della zona di Gressoney. Troviamo poi, ancora oggi, una certa diffusione del cognome, in Svizzera nella zona di Winterthur, dove la destinataria della cartolina viveva, località in cui risulta storicamente documentato un flusso migratorio di gressonari.

Passiamo a questo punto alla descrizione del panorama proposto, sul fronte della cartolina. Dal già più volte nominato terrazzino della villa Arienti, questa volta lo scorcio copre lo spazio compreso fra l’acquedotto della Gilera, che sembra sparire nella foschia, e l’Albergo Sant’Eustorgio; il margine inferiore è costituito dal tetto della villa Bernareggi (1), il fabbricone a “U” del “Casermone” con la schiera dei camini (2), il magazzino e cortile del “Sostraio” (rivenditore di legna, carbone) Centemero (3).

Villa Arienti, negli anni subito successivi alla sua costruzione. Visibile, sopra il tetto il terrazzino da cui fu effettuata la ripresa della cartolina proposta

Immediatamente sopra è la parata dei tetti che coprono i lati della Via San Gregorio: cascina omonima (4), Corte Grande (5) e all’estremo destro la casa che fa da angolo all’imbocco della via (San Gregorio) (6) e la Corte Mandelli (7). Tre condomini sostituiscono ora gli abbattuti Cascina San Gregorio e sostraio.

A seguire, poco sopra i tetti del lato nord-est della Corte Grande (8), la villa Zerboni (ex Merlini) (9) dietro la quale si intravede tra alcune conifere, la portineria di accesso allo stabilimento Falck (ex Zerboni) (10), a lato destro si prosegue poi con la casa e gli orti dei Caspani (ora diventati un condominio) (11), in prospettiva, sopra, la casa degli Spinelli (Boeucc) (12); poi, sui tetti della Corte Merletti (13) si vede l’asilo-abitazione-chiesetta delle Suore (14) con a lato la Cascina Pizzighettone o Curt di Baciocch o Curt del Multan (15).

La “Corte grande” fotografia di Carlo Bestetti del 1976

Eccoci all’ultima strisciata. Sulla sinistra: l’acquedotto Gilera (16), l’essiccatoio e “caminon” del Bestetti (17), spostandoci sulla destra, sotto gli alberi che fanno da sponda alla Chiesa Sant’Eustorgio, le case Tomaselli (18). Sulla destra la casa Pizzamiglio (19) e l’albergo Sant’Eustorgio (20) chiudono l’immagine.

Nota: Sul libro delle vecchie cartoline arcoresi (Cameriere, di che scrivere) un commento approfondito sui luoghi e sui nomi citati, oltre a costituire una apprezzabile strenna natalizia, potrebbe contribuire alla conoscenza di qualche briciola di storia del paese.

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Il monumento ai caduti

La cartolina che proponiamo questa volta, non è un inedito. Sul volume “Cameriere di che scrivere. Cartoline da Arcore”, l’immagine è riprodotta in due pagine (153 e 154), a cui rimandiamo per l’esaustiva descrizione del monumento e delle sue vicende. Rimane per l’esemplare oggi riprodotto, la particolarità della sua colorazione, effetto ottenuto artificialmente, mentre sul volume l’immagine è in b/n. Abbiamo indicato le due pagine perché in effetti sul volume sono riprodotti due esemplari dello stesso soggetto, che “filtrati nel seppia”, perdono le peculiarità di cui si accenna nel testo. Quindi per ristabilire quanto si voleva proporre nel volume, proponiamo di seguito i due pezzi nei loro colori originali.

Ritornando alla cartolina oggetto di questo post, la tecnica utilizzata per la sua realizzazione è la fotocromia, che consisteva nel colorare i negativi in bianco e nero con un complicato processo che nacque in Svizzera alla fine dell’800 e fu utilizzato sino agli anni ’70 del secolo scorso. La realizzazione di queste stampe prevedeva l’utilizzo di diverse, da quattro sino a 16, pietre litografiche e sostanze chimiche in grado di mostrare, alla fine del processo, una versione a colori dell’immagine in bianco e nero. Tecnica che avrebbero dovuto restituire un aspetto più realistico o per lo meno più originale ai vari scorci ripresi. I risultati della cartolina proposta, confrontati con altre immagini, ottenute attraverso lo stesso procedimento, che restituiscono una gamma di colori più pertinente e completa, lasciano intendere una qualità meno accurata ed un numero limitato di pietre litografiche utilizzate nel nostro caso.

La cartolina, una non viaggiata, è stata reperita assieme ad altre due, sempre di Arcore,  colorate con la stessa tecnica, che ritraggono una la Chiesa Parrocchiale e l’altra l’ingresso della Villa d’Adda. I  pezzi  provengono da un fondo di magazzino,  dalla  tipografia che li produsse.   Sul retro dei tre esemplari l’indicazione della tecnica con cui sono stati prodotti: “Tipocromo” dalla tipografia E. Sormani di Milano. L’azienda attiva dal 1892,  per opera di Ettore Sormani e Elpidio Giudini, dovette superare una difficile crisi a cavallo tra Ottocento e Novecento, per riprendersi grazie all’iniziativa  appunto di Ettore Sormani.

L’attività aveva sede a Milano, prima in piazza Genova, poi in via Cola di Rienzo ed infine in via Cappuccio 2. Ritornando alla descrizione delle cartoline, le prime due sono indicate semplicemente con il numero di cliché e la dicitura “Edizione Riservata”,  il monumento ai caduti,  al numero 5593-2 segue la scritta “Ed. Ris. Meregalli Erina Via Borgo Milano, 11 -Arcore”.

Abbiamo già incontrato per Arcore gli stessi soggetti, che si completano nella raccolta con una ripresa di Borgo Milano, dove in primo piano si coglie l’esercizio commerciale “Caffè Privativa R” e il distributore della Shell. Ricordiamo come quest’ultima cartolina faccia da copertina al libro, che racconta le cartoline di Arcore. Dicevamo, a differenze di questi quattro esemplari tutti con l’indicazione “Ed. Ris. Bianca Carzaniga Reg. Priv. Arcore”, a cui si accompagna in altra parte della cartolina una data “1933”, i tre soggetti che stiamo raccontando, si collocano un po’ più avanti nel tempo. Possiamo dedurre questa ipotesi appunto dal differente editore, “Meregalli Erina”, che in compagnia del marito Malacrida, gestivano il “Caffè Sport”.  L’esercizio era collocato nell’odierna via Casati al 22, dove ancora oggi insite il “Bar Sport”.

I gestori del “Caffe Sport”

Osservando una ulteriore cartolina, proposta nel libro, che risale agli anni cinquanta troviamo i due gestori,  ripresi sulla porta della loro attività. E’ verosimilmente a quel periodo che dunque può risalire la cartolina proposta. Per la cronaca di Arcore, ricordiamo  una delle figlie dei gestori, che di nome faceva Erinna, con il raddoppio della enne per distinguersi dalla madre, fu direttore didattico della scuola elementare di Arcore e ricoprì più volte la carica di assessore.

Abbiamo inoltre voluto proporre questo soggetto, per dare qualche risalto all’autore del monumento.

Convenzione per la costruzione del monumento

Siamo entrati in possesso di alcune informazioni sull’artista Cirillo Bagozzi (Nozza, 31 dicembre 1890 – Milano, 15 giugno 1970) per l’interessamento di una ricercatrice che attraverso quanto pubblicato sul blog “Scoprilabrianzatuttoattaccato”, relativamente al racconto “L’ultima corsa della tramvia a vapore Monza-Oggiono”   ha mostrato interesse per la foto li pubblicata, che ritrae appunto l’inaugurazione del monumento, tanto da volerla utilizzare in vista di una sua prossima pubblicazione.

Da questo contatto lo scambio d’informazioni e materiale, che ora possiamo condividere in questo spazio.

CIRILLO BAGOZZI,
UNO SCULTORE MONUMENTALE
TRA L’ACCADEMIA DI BRERA E LA VALLE SABBIA
di Michela Valotti

Nativo di Nozza, Cirillo Bagozzi è scultore longevo e prolifico, ma ancora poco conosciuto.
La prima notizia d’archivio che ne certifica la frequenza dell’Accademia milanese risale all’a.a. 1911-12, quando risulta iscritto al primo “corso comune”, completato, nel 1914-15 con il “I corso speciale di scultura in seguito ad esame”. Bagozzi è allora poco più che ventenne, ma sicuro interprete degli
insegnamenti ricevuti.
Proprio al 1915 risale la sua prima opera documentata, quella figura incappucciata, rivisitazione del “pleurant” di tradizione medioevale, che decora la tomba di famiglia presso il cimitero di Nozza: la struttura è solenne e flessuosa al tempo stesso, coperta di una lunga tunica che si piega morbidamente
attorno al corpo.
Abile nel modellato, con un forte richiamo ai classici, l’artista sa giocare bene le sue carte: la permanenza a Milano – risulta residente in via Lomazzo, durante la frequenza a Brera – gli consente di agganciare importanti contatti.
La svolta arriva di lì a poco, nel turbine degli eventi che seguono il primo conflitto, durante l’esplosione di quella che la critica definisce “monumentomania”, per la proliferazione di monumenti, lapidi, targhe e pure parchi dedicati ai caduti.
Bagozzi è richiestissimo: tra concorsi pubblici e assegnazioni dirette, la sua carriera è presto punteggiata di occasioni importanti che lo vedono impegnato a rendere omaggio all’eroico sacrificio dei soldati italiani morti al fronte.
E non solo per Milano, dove il suo nome è legato ai monumenti di Arcore e di Peschiera Borromeo, ma anche di Gazzada Schianno a Varese o di Pasturo, in provincia di Lecco. Su tutte spiccano, infatti, le commissioni locali che documentano un’attività qualitativamente fruttuosa.
Si parte con Nave, dove il Comune inaugura, nel 1920, come un vero “memento” per i bambini che frequentano la scuola elementare, un’opera dal sapore “ellenico”, “a gloria perenne dei suoi figli dati alla patria”, tra dispersi e deceduti.

Cirillo Bagozzi

Ma già l’anno precedente, oltre al monumento per Sabbio Chiese, inaugurato l’1 novembre 1919, Bagozzi avvia la realizzazione della guizzante Minerva armata per Vobarno che reca impresso nello scudo lo stemma municipale.
Il filtro della mitologia ben supporta l’idea della vittoria conquistata, contribuendo a sciogliere nelle brume della cultura classica, la sofferenza delle migliaia di madri, più che di spose, che non hanno più potuto riabbracciare i loro cari.
Se l’esempio più eclatante e scenografico Bagozzi lo destina a Leno, nella Bassa Bresciana, per una composizione triadica che vede l’icona della dea Minerva affiancata da due gruppi scultorei, il primo dedicato alla sepoltura del fratello caduto e l’altro alla Vittoria che prostra la barbarie teutonica, non
mancano, per l’alta valle, gli incarichi. A Ono Degno il soldato in divisa che regge una croce si erge sulla sommità di un cumulo di pietre, le stesse allestite a Sabbio per ricordare che la guerra si combatte sulle alture; a Capovalle, invece, lo stesso soldato, dalla sommità del borgo che contempla le retrovie di Monte Stino, è intento a scrutare l’orizzonte, rivolto a valle. Probabilmente realizzati tutti entro la metà degli anni Venti – come il monumento di Sarnico, sul lago d’Iseo – essi testimoniano non solo una notevole abilità tecnica nel trattare i materiali, ma anche una spiccata versatilità ideativa che ne fa uno dei maggiori interpreti di quel filone eroico quanto basta, che non cede alle lusinghe della memorialistica edulcorata, ma semmai, la vira verso la trasfigurazione mitologizzante.
L’ultima fatica dello scultore valsabbino è, appunto, il monumento di Nozza (1968), ancora una volta dedicato ai caduti delle due guerre, in cui campeggia il fraterno e pietoso omaggio del soldato – qui miles senza tempo nudo accademico per eccellenza – al compagno defunto.

Sant’Eustorgio da via Casati

Lo scatto proposto risale al periodo compreso tra gli anni Cinquanta e i Sessanta. L’orologio del campanile, appare nella nuova versione a quattro facce, elaborata dopo la ricollocazione delle due campane sequestrate nel 1943 e segna le 16 e 50. Il restauro generale e il rifacimento della parte sommitale del campanile erano stati eseguiti da parte dell’impresa Marco Redaelli .  Vista l’ora, con il sole  ancora alto,  si potrebbe ipotizzare essere nel mese di maggio. Il quadrante dell’orologio, nella versione attuale è stato progettato e dipinto da Pierantonio Verga, artista noto nell’entourage della pittura derivata da Fontana ed amico desiano di don Luigi Gaiani, parroco di Arcore dal 1991 al 2007.  L’opera risale al tempo della manutenzione straordinaria fatta al campanile e alle campane nel 1993.

Le costruzioni addossate alla parete e all’abside della chiesa sono contemporanee,  o  realizzate poco dopo l’edificazione della chiesa. La parte bassa copre le cappelle laterali, quella più alta, a ridosso dell’abside, contiene la sacrestia e alcuni locali che fanno da magazzino per gli arredi sacri; all’interno di questo corpo, una scala a chiocciola conduce al piano superiore, alla così detta “Stanza del Pievano”, sconosciuta la precisa destinazione d’uso ai tempi, oggi impiegata come deposito di reliquie e addobbi vari. Notiamo nel raffronto “ieri e oggi” le modifiche e ammodernamenti occorsi nel tempo.

Confronto: ieri e oggi

La provinciale è già stata allargata demolendo, arretrando e ricostruendo la cinta del “giarden dal cürat” (nel quale, secondo la versione narrata ai ragazzini prematuramente curiosi del mistero della vita, i genitori si recavano ad estrarre dal terreno i figlioli: se fosse stato aglio sarebbe stato un maschio, se fosse stata una cipolla sarebbe stata una femmina), dotando lo spazio recuperato del relativo marciapiede ed eliminando la fila dei paracarri. Anche la recinzione absidale è nuova.

Proseguendo sullo stesso lato, all’incrocio con la strada per Oreno,  si coglie la presenza di lavori in corso. Prossimo alla conclusione, ma evidentemente ancora non finito (infatti, due paracarri sbarrano l’accesso alla via) l’allargamento della strettoia a lato del fabbricato della chiesa, ottenuto riducendo lo spazio del giardino Tomaselli ora diventato “parco” del nuovo “Albergo Sant’Eustorgio” (nell’ingrandimento si nota la nuova recinzione ancora in costruzione con apertura sul fronte della provinciale). Più avanti riprende la processione dei paracarri e, sul fondo, il lato delle case Redaelli e della “Curt da Stagen”.

Il sagrestano Corini, ad Arcore già da qualche anno, successo a “Cesarin”, pubblicizza la sua vera professione innalzando l’insegna “Studio fotografico” all’ingresso dell’antico cortile della canonica.

Sull’angolo una ragazzina sembra in attesa di qualcuno, all’incrocio una persona osserva i lavori in corso e due donne aggiornano il notiziario paesano.

Sul lato di fronte, è rimasta la fila dei paracarri, non si capisce bene se il marciapiede sia già completato anche se al limite del muretto che circonda la “Casa dei coadiutori” sembrerebbe di intuirne la presenza.

Il palazzo che oggi fa da angolo all’ingresso della via per Oreno (Via Battisti) è ancora di là da venire, a definirne la svolta l’indicazione “Gilera” a caratteri giganteschi.

Qui l’obiettivo schiaccia un po’ la prospettiva: la Casa del dottor Ghiazza e i pini che ne ornano il giardino, di cui si nota il terrazzino, sembrano incombere sull’incrocio, mentre sono lontani oltre un centinaio di metri.

La parata delle costruzioni a seguire: Bevilacqua e la costruzione d’angolo di accesso alla Foppa, sono mangiate dalla prospettiva; si riprende con le decorazioni arboree che delimitano il campo di bocce della trattoria Roma e più avanti l’officina di “Carluccio” e il cortile dei Sala “büscinatt”, quindi a chiudere l’immagine l’edificio che ospita il forno e la bottega di “Carletu panscion”.

La cartolina, pur essendo scritta sembrerebbe non viaggiata, per quali vie sia finita sui banchi dei mercatini è il mistero di tutti quegli oggetti (besasc) che li animano.

I tipi sono quelli di Bromostampa Milano, per i rivenditori arcoresi Negri e Cantù. La tecnica di riproduzione dell’immagine è indicata come “vera fotografia”. Un processo industriale che a tutti gli effetti, realizzava una normale fotografia,  con la tecnica in uso prima dell’avvento del digitale. Il negativo veniva proiettato, in camera oscura, sulla carta sensibile, che una volta “sviluppata” in bagni chimici, avrebbe restituito l’immagine ripresa dalla macchina fotografica.

Complesso industriale Gilera anni ’50

Questa immagine, con un diverso titolo sovrascritto, era già stata pubblicata nella raccolta di scorci delle cartoline arcoresi “Cameriere, di che scrivere”. Trovata sul mercato delle vecchie cartoline viene ora riproposta e commentata in un confronto fra un passato di fine ‘800, ante rivoluzione industriale arcorese e l’attuale post-Gilera.

La foto, “panoramica”, presa dall’aereo riprende il complesso principale dell’azienda che aveva anche due sottosezioni “Tebri” e “Cometal”, produttrici di componenti, diversamente collocate, l’una alla ex Profumeria (più avanti sulla via Cesare Battisti, verso Oreno) e l’altra alla Cascina San Giovanni.

Gli spazi occupati dall’insediamento industriale, che in origine comprendevano quella parte del territorio arcorese, intervallato da sentieri, diventati poi strade, tracce della centuriazione romana, nell’asse dei “decumani” (Vie Foppa, Battisti, Vittorio Veneto e Via Polini), estendendosi verso sud oltre la recinzione con la sezione “agricola” gestita dal Grana, suocero del commendator Giuseppe Gilera, si ampliano ora verso est consentendo l’impostazione della pista per il rodaggio e il collaudo dei mezzi, in precedenza eseguito da un nugolo di collaudatori che si disperdevano per le strade della Brianza. Non è ancora la dimensione massima del complesso, presto i capannoni arriveranno al limite della recinzione su via Polini (ex Strada molinara, diretta da Oreno a Peregallo, come indicato nella mappa catastale ottocentesca, il cui residuo attuale è costituito dalla Via della Pace e Via Polini), l’espansione continuerà anche a est, chiudendo praticamente il passaggio sud di Via Nazario Sauro. L’intera proprietà sarà poi recintata.

Stralcio dalle mappe del 1897

(Circa 1921) L’area indicata nell’illustrazione precedente ora è costruita e costituisce il nucleo dell’insediamento Gilera dopo il trasferimento della prima officina Gilera, impiantata nell’odierna via Casati al numero 18.

L’illustrazione che segue documenta la fase che precede l’ultima espansione, che ingloberà parte del territorio a est, fino a chiudere, come abbiamo detto, la via Nazario Sauro.

Continuando nello scorrere l’immagine proposta dalla cartolina, verso ovest si nota la residenza del Commendatore (Villa Gilera, con giardino e terre recintate verso sud) che  confina con la foresta  di grossi cedri della proprietà Ravizza. Dopo il triste episodio della morte di Ferruccio e la collocazione del defunto nella cappella appositamente costruita adattando il capo d’inizio dei nuovi colombari, nella recinzione che confinava sul proseguo della via del cimitero (Via della Pace) fu praticato il passaggio che consentiva alla madre di percorrere, dalla sua residenza, quelle poche centinaia di metri per raggiungere il cancello d’accesso prossimo ai colombari. Un ingresso in pratica privato, di cui la signora Ida possedeva la chiave, e attraverso il quale raggiungeva la cappella.

A lato Est è posta l’azienda “Manifattura Arcorese Pelo” che si dedica alla lavorazione delle pelli di lepri, conigli e al commercio di pelli pregiate.

Un’ultima curiosità: l’azienda agricola – “Gilera-Grana”, posta a sud dello stabilimento, fino a confinare coi terreni della Cascina Bice aveva anche un moderno impianto di irrigazione a pioggia disposto a scacchiera a coprire l’intera superficie. L’impianto pescava l’acqua da un invaso, scavato all’esterno della prima originale recinzione, dove si riversava il recupero delle acque di scarico dell’azienda. Così, che in tempi di siccità, si evidenziava il contrasto fra il verde brillante del coltivo dell’azienda agricola e l’ingiallimento delle colture confinanti, fenomeno più manifesto nei campi tenuti a mais che praticamente delimitavano i confini di proprietà.

Le vicende che condussero alla cessione, allo spostamento della produzione e al subentro nell’ex area Gilera di altre aziende sono note e si ritiene di trascurarle.

Ritorniamo alla cartolina (Vera fotografia). È un esemplare della serie delle vedute arcoresi prodotte dalla Bromostampa per Negri e Cantù (riproduzione vietata). Affrancatura di 10 lire (1-3-1955 serie Italia Turrita – Siracusana), datata 6 Marzo 1956. Risultano sconosciuti sia il mittente che il destinatario, abitante a Borgo Aupa, frazione di Moggio Udinese. Il paese, distinto in “Sopra” e “Sotto”, è collocato all’imbocco della Val d’Aupa. La valle, risale fino a Pontebba e al confine austriaco, fu zona di guerra nel 1915-1918.

Bromostampa,  fu un’azienda che per qualche tempo svolse la sua attività di produzione di cartoline illustrate ad Arcore. Era situata all’ingresso di Via Vittorio Veneto, là dove fa angolo con la Via San Carlo parallela alla ferrovia. Probabile emanazione di una organizzazione con presenze a Torino e Milano, notissima ai collezionisti di “Cartoline illustrate” per il ricco catalogo di immagini, non solo di località italiane, ancora oggi offerte su Internet.

Conclusione. L’immagine che segue spiega visivamente l’evoluzione della zona, dal terreno agricolo agli agglomerati produttivi che saturano pressoché tutti gli spazi.

Arcore 1956: Reminiscenze

Cartoline … ovvero “La ricerca infinita”

Paolo Cazzaniga, dal suo vagar per mercatini e scartabellare offerte, ogni tanto rintraccia nuove “vecchie immagini”, che emergono a rimuovere la polvere sfumata del tempo dalle memorie: basta poco a risvegliare ricordi di volti, fatiche, luoghi, e i sentimenti degli impegni propri del vivere.

Quella che si propone oggi è la “cartolina” della vecchia Stazione che va ad aggiungersi all’iconografia delle “Cartoline da Arcore” pubblicate in “Cameriere, di che scrivere” (a proposito, il volume è ancora disponibile, sia in libreria che presso gli autori).

Sembra di poter interpretare che il tempo sia primaverile, probabilmente giugno; e vista la proiezione delle ombre, un’ora attorno al mezzogiorno. L’edificio, rispetto all’origine (una sessantina d’anni), non ha subito modifiche nella struttura, solo una diversa titolazione e l’aggiunta di quella specie di cabina comando a sbalzo sul filo del muro.

Direzione Lecco: arrivato da Milano il treno ha già scaricato i passeggeri, il Capo Stazione, dato il segnale di avvio è già rientrato; là sull’angolo, anche l’addetto al ritiro biglietti usati, sta rientrando (un tempo l’accesso alla stazione era consentito solo alle persone munite di biglietto che poteva essere richiesto dai controllori anche ai presenti nelle “sale d’attesa” e sui marciapiedi; il biglietto sia di accesso che di trasporto doveva essere riconsegnato all’uscita); lì in giro sul marciapiede due viaggiatori in attesa.

Si potrebbe supporre che il manovale abbia già azionato il congegno di movimento sbarre del passaggio a livello della Via San Francesco per Cascina del Bruno, strumento che si nota a lato dell’ingresso della “cabina comando”.Il treno è appena ripartito; la sua composizione, per quel poco disponibile, lascia intravedere carrozze, anche ante guerra, di modelli diversi: il materiale rotabile è in corso di modernizzazione, i vecchi impianti coi sedili in legno stanno per essere totalmente sostituiti. È ancora in atto la suddivisione nelle tre classi. Ben in evidenza la passerella di passaggio fra i due binari.

Poco da commentare sul verso: il francobollo rimosso rivela la scritta “Vera fotografia” e, in un residuo d’impronta del timbro di annullo, le lettere finali di “Milano”. Viaggiata in data 24 gennaio 1956.
La cartolina, della quale non è noto il nome dell’editore, probabilmente, fa parte, di una serie della quale è il numero 27, la proprietà dell’immagine è riservata per C.G.C.

N.d.R.

Della cartolina  proposta, abbiamo recuperato, dallo smantellato archivio  dello Stabilimento Bromofoto di Milano, che dunque risulta lo stampatore ,  una copia di quella che era stato il primo “saggio di stampa”, poi trasformata in cartolina. La proponiamo, nell’interezza della documentazione in nostro possesso, quale reperto legato al processo produttivo delle cartoline.  Il numero 27 indicato nel retto della cartolina, è lo stesso con cui in origine era stata archiviata l’immagine.

1956 – E qui sarebbe terminata la storia, se non fosse che, il richiamo alla Stazione e all’anno apposto apre nella memoria uno spazio temporale nel quale, per la durata di anni e anni, nel periodo scolastico, la corsa quotidiana per arrivare in orario al treno (accelerato per Monza-Milano delle 17e29) era uno degli impegni che mi costringevano, oltre allo sforzo fisico a una pianificazione dettagliata di movimenti … ma forse varrà la pena di iniziare il racconto dal principio …

…attrezzista-stampista in Falck (ex Zerboni) … i margini di tempo fra l’uscita dal lavoro e l’ora del treno sono strettissimi: 17.00 suona la sirena della cessazione del turno: pronti via … alla rastrelliera di reparto, ricupero del cartellino controllo presenza (cinquanta metri), timbratura all’orologio marca tempo e volata alla portineria (un centinaio di metri) rinfilo il cartellino nella rastrelliera a lato dell’ingresso, ora (venti metri) pronto all’uscita, davanti alle guardie schierate premo il pulsante dell’eventuale ispezione corporale: campanello e luce pulsante rossa a cadenza casuale,   … finalmente fuori.

Corsa fino a casa (trecento metri): lavaggio, cambio d’abiti, un panino in una mano e la cartella nell’altra e via alla Stazione (trecentocinquanta metri).

La schiera degli studenti che frequentano i corsi serali, (ragioneria, geometri, periti nelle varie specialità) raggiunge la ventina tra maschi e femmine, dai più giovani respinti al diurno che cercano di ricuperare l’anno perso presentandosi poi come privatisti a sostenere l’esame del biennio, ai veri e propri lavoratori-studenti; qualcuno di questi, più fortunato di altri è già impiegato ed è riuscito ad ottenere il permesso di anticipare l’uscita di una mezz’ora … ci si trova, si scambiano due chiacchiere e il treno, puntuale, arriva …

Il tempo di uno sbadiglio e siamo a Monza … camminatina e si entra a scuola…(Grazie alla cortesia dell’amico e compagno di studi Gianni Consonni ho avuto una copia del libro in effige: un po’ di storia dell’Istituto e l’elenco dei diplomati anno per anno … quanti arcoresi… per chi avesse la curiosità di trovarvi il proprio nome il libro è disponibile).
Un po’ più calmo il rientro: tre ore di lezioni (18-21) poi accelerato per Arcore-Lecco-Sondrio delle 21e40: commenti sulle lezioni, qualche bega sul tifo sportivo, qualche spiritosaggine sulle ragazze del serale che fanno gruppo a sé e, il giovedì, affollamento nel Bar Stazione per vedere uno scampolo di “Rischiatutto” rischiando di perdere la corsa…

Capanno Villa Ravizza

Proseguendo il discorso sulle “Cartoline arcoresi”, avviato sul Blog “Scoprilabrianzatuttoattaccato” e temporaneamente concluso col volume “Cameriere, di che scrivere”, nella ricerca mai cessata di reperti rimasti nei cassetti o finiti nei “mercatini” relativi al nostro paese, è venuto alla luce, scoperto da Paolo Cazzaniga, un esemplare il cui testo, datato 31 agosto 1913, aggiunge un frammento di storia illustrata, forse, mai conosciuta da alcun arcorese:

retro

Si tratta di una Cartolina Postale, personalizzata, la cui edizione esclusiva è “Proprietà riservata Ravizza”, affrancata con francobollo da 5 centesimi (Vittorio Emanuele III° emissione dell’ottobre 1906), timbrata “Arrivo-Partenze – Vigevano (Pavia) – 1.9.13”.

francobollo

In base al timbro, si dovrebbe ritenere che non fu inviata da Arcore ma da Vigevano. Come mai? A Vigevano viveva Pietro Lado che ivi svolgeva le mansioni di pretore; Pietro, maritato a Margherita Cesoni, era cognato della “Mariuccia” Ravizza moglie del fratello, e, con tutta probabilità in quel 31 agosto 1913, l’intera genealogia e annessi dei Ravizza, vi si trovava in visita, e, da qui, spedirono la cartolina che non poteva che essere stata portata da Arcore. Vista la statura del personaggio Pietro Lado, magistrato e soldato morto per la Patria, sembrerebbe naturale dedicargli un minimo di profilo. Nelle ricerche si è dedotto da Internet:

3 modificata

Destinazione:Villa Cesoni – Borgo Sesia per Calco d’Agnona – Novara …(dai potenti mezzi di Internet, sbuca l’immagine di una cartolina che fotografa il luogo della destinazione):

4

La destinataria è la Signora Eugenia Cesoni Negri; i legami di parentela con la sequela dei firmatari dovrebbero essere gli stessi già accennati, sarebbe però ancora da chiarire il rapporto di parentela fra la Margherita Cesoni ed Eugenia, dato il doppio cognome, se sorella o cognata.

5

Ed eccoci alle firme autografe dei “saluti”, posti, secondo il regolamento che governa l’uso delle “Cartoline Postali”, nel breve spazio a pié di immagine: Piero e Margherita, Mariuccia e Carletto o Carletto ed Elena?, Eugenia e Valentino, e in fondo i due giovani Mansueto e Vincenzo.

Per i rapporti interpersonali tra i firmatari, e per un più ampio panorama sulla famiglia Ravizza si può consultare il libro sulle vedute arcoresi con relativo commento in “Cameriere, di che scrivere”, pagine 270-285. Il volume è ancora in vendita sia nella libreria “Lo Sciame” di Via Gilera che telefonando al 039/616374 Via Marche 9/b – accordandosi per il ritiro.

cartolina

Siamo ora all’immagine, titolata “Capanna”. La trasformazione dello scosceso nella monumentale ascesa al vertice del ronco è ancora di là da venire. È arduo determinarne oggi la collocazione rispetto all’ambiente Villa-Giardino-Ronchi anche se, dal declivio che si intuisce, sembrerebbe essere posta sul limitare del rilevo, sul piano dell’Acquedotto attuale, in una posizione che consentirebbe una larga visione sul paese. Dove fosse nella realtà, in mancanza di testimonianze, si può solo supporre. La costruzione in sé pur semplice ha comunque qualche curiosa pretesa architettonica che va dall’impegnativa pendenza della copertura, forse in paglia particolare, troncata su un versante, al rivestimento della pareti con tronchetti fino alle vetrate sostenute da balaustre con fregi rustici. Il tutto ne fa una vera e propria torretta panoramica